Ci controlleranno le chat?
Una normativa UE per contrastare gli abusi sessuali sui minori pone seri interrogativi sulla privacy dei messaggi personali. Ora è stata prorogata fino al 2028, ma in una versione molto più soft.
Ciao,
Io sono Vincenzo Genovese, questa è Spinelli, la newsletter settimanale di Will che racconta l’Unione europea da Bruxelles.
Gli ambasciatori dei Paesi dell’UE hanno concordato la proroga fino al 2028 di un regime temporaneo che consente ai servizi di messaggistica di scansionare le chat degli utenti per individuare materiale pedopornografico. Chi lo critica lo ha ribattezzato in modo dispregiativo con un nome che probabilmente avete già sentito: “chat control”.
Prima di cominciare, un annuncio. Dopo questo numero, Spinelli si prende una pausa estiva. Il suo autore e tutto il team vi augurano buone vacanze. Ma torniamo al chat control.
Cosa dice la legge
Si tratta di una deroga ai regolamenti europei sulla privacy online, che dal 2021 consente ai servizi di messaggistica di adottare volontariamente misure per individuare materiale pedopornografico (in inglese CSAM, Child Sexual Abuse Material), per poi segnalarlo e rimuoverlo.
La deroga si applica solo ai “servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero”: esclude quindi gli SMS, ma comprende le chat come WhatsApp, Messenger e Instagram.
Il controllo è limitato ai soli elementi che possano ricondurre a materiale pedopornografico e non riguarda le comunicazioni in forma di audio, come le telefonate. Le tecnologie utilizzate per scandagliare le chat non dovrebbero essere in grado di “dedurre il contenuto delle comunicazioni”, ma soltanto rilevare quegli “schemi ricorrenti” che evidenziano possibili abusi sessuali online su minori, si legge nel regolamento che sancisce la deroga.
L’obiettivo dei legislatori europei era fornire protezione immediata ai minori, nell’attesa di varare una legge più completa e organica sul tema, che è tuttora in discussione fra Consiglio e Parlamento.
La misura temporanea si è però rivelata molto controversa, perché la possibilità di scansionare i messaggi non riguarda solo persone già sospettate di abusi, ma potenzialmente può applicarsi a tutti gli utenti.
Le associazioni per la tutela della privacy la chiamano “chat control” e sostengono che crei un precedente pericoloso per l’intrusione nelle comunicazioni private.
Nemmeno le aziende che forniscono servizi di messaggistica l’hanno particolarmente apprezzata. In particolare Pavel Durov, fondatore di Telegram, sostiene si tratti di una legge autoritaria, che converte qualunque telefono in uno “strumento di spionaggio” dei cittadini.

Una battaglia parlamentare
Il 3 aprile 2026 questa deroga è scaduta e le regole sulla privacy, che impediscono la scansione dei messaggi privati, sono tornate in vigore.
Siccome la legge relativa all’individuazione degli abusi sessuali online sui minori è ancora in alto mare, la Commissione aveva proposto una proroga alla deroga - cioè un’estensione del regime temporaneo che consentiva misure volontarie per controllare le chat.
Gli Stati membri erano quasi tutti d’accordo, ma il Parlamento europeo no. A marzo l’estensione era stata respinta dall’Eurocamera con 311 voti contrari, 228 favorevoli e 92 astenuti.

I gruppi politici sono profondamente divisi sul tema, tra chi insiste sulla priorità di proteggere i bambini e chi su quella di garantire la segretezza delle comunicazioni private.
Il Partito popolare europeo (PPE), principale forza politica del Parlamento, sostiene la legge, e dopo il voto negativo dell’aula ha provato a farla approvare tramite una procedura legislativa raramente utilizzata, che per ironia della sorte si chiama “procedura legislativa ordinaria”.
Questo escamotage parlamentare puntava anche ad adottare l’estensione del regolamento senza modifiche, così come proposta dalla Commissione europea. Nell’ambito di questa procedura, infatti, un testo legislativo viene approvato a meno che una maggioranza assoluta di tutti gli eurodeputati — almeno 361 — non lo respinga o lo modifichi.
Sia la bocciatura dell’estensione, sia ogni emendamento volto a restringere il campo di applicazione della legge sarebbero stati quindi molto più difficili da ottenere.

Il 17 giugno Weber ha chiesto alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola di ritornare sul dossier durante una riunione dei leader dei gruppi politici e nessuno si è opposto. Il giorno successivo, durante un Consiglio europeo, Metsola ha esortato a sua volta i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi a procedere con la legislazione.
Nel linguaggio istituzionale, questo è un messaggio al Consiglio per dire di adottare la legge. Gli Stati membri l’hanno approvata una prima volta senza modifiche sostanziali, aprendo la strada alla “procedura legislativa ordinaria” del Parlamento.
La nuova versione consente ai fornitori di servizi online di individuare, segnalare e rimuovere materiale relativo ad abusi sessuali sui minori online fino al 3 aprile 2028.
Mancava il via libera del Parlamento, calendarizzato nell’ultima sessione plenaria prima della pausa estiva, a luglio.

Il vantaggio procedurale ottenuto dal PPE ha favorito l’approvazione, in un voto che altrimenti sarebbe stato sul filo del rasoio.
Ma gli altri partiti sono comunque riusciti a inserire due emendamenti significativi, che modificano sostanzialmente la legge.
Gli eurodeputati hanno escluso dall’ambito di applicazione i servizi di comunicazione che utilizzano la crittografia end-to-end, quella tecnologia che permette solo a mittente e destinatario di decodificare il contenuto di un messaggio.
Quindi, piattaforme come WhatsApp e Messenger non potranno più adottare misure volontarie in deroga alle norme europee sulla privacy elettronica: una vittoria per chi temeva l’invasività della scansione e un controllo generalizzato sulle comunicazioni degli utenti.

Giovedì 23 luglio, gli ambasciatori hanno validato la versione “modificata” dal Parlamento, sancendo di fatto l’entrata in vigore della proroga.
In questi due anni, Parlamento e Consiglio sperano di licenziare una legge definitiva, trovando un equilibrio fra la necessità di contrastare gli abusi sessuali online sui minori e il diritto alla privacy dei cittadini europei.
La proposta della Commissione prevede la possibilità per le autorità giudiziarie nazionali di obbligare i servizi di messaggistica a scansionare le chat.
I critici l’hanno già chiamata “chat control 2.0” e non c’è dubbio sul fatto che sarà altrettanto controversa.
Altre cose successe in Europa questa settimana 🇪🇺
La Commissione europea ha sanzionato Google con una multa di 890 milioni di euro, per aver favorito i propri servizi come Google Shopping, Google Hotels, Google Flights, rispetto a quelli della concorrenza nell’indicizzazione sul motore di ricerca.
Gli ambasciatori dei Paesi dell’UE hanno raggiunto un accordo sul 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia, dopo un lungo negoziato. Il pacchetto fissa a 44 dollari al barile il prezzo massimo del petrolio russo che può essere trasportato da operatori marittimi europei per essere venduto altrove. Verranno sanzionati anche oltre 250 individui e aziende accusati di sostenere l’invasione dell’Ucraina e diffondere propaganda filorussa, oltre ad alcune banche russe e piattaforme di criptovalute.
La Commissione europea ha rifiutato di registrare l’Iniziativa dei cittadini europei chiamata “Save Europe Act”, che chiede la sospensione del sistema di asilo e dei ricongiungimenti famigliari di persone straniere in Europa, oltre alla “remigrazione” dei cittadini considerati “non integrati”. I promotori hanno annunciato un’azione legale contro la Commissione. Vi avevamo parlato di questa petizione nell’ultimo numero di Spinelli.
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